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Terre di Barolo, di Barbera, di Moscato, ai vertici dell'enologia italiana, colorate dal riflesso della letteratura di Pavese e Fenoglio, terre che dicono vino ad ogni dosso, ad ogni groppa, ad ogni curva di strada. Eppure, racconta Michele, non è sempre stato così. Nei settant'anni del suo brillante arco di vita, ha visto una autentica rivoluzione, di tutto: della cura dei vigneti, della lavorazione in cantina, del modo di produrre e di vendere,ma soprattutto della mentalità di una classe di imprenditori che hanno preso coscienza di quanto avevano sul terreno e di quanto potevano trarne, in fatto di qualità, di personalità, di tipicità.
I ricordi più lontani, legati al padre Pietro, gran lavoratore, contadino vignaiolo e poi presidente della cantina sociale di Calamandrana, sono teneri e forti, ma ci sono anche quelli amari, di quando il vino spuntava prezzi bassissimi, se ne consumavano 130 litri a testa, quasi il triplo rispetto a oggi, ma la qualità sembrava non interessare nessuno. Allora, Giacomo Morra aveva da poco “inventato” il Tartufo bianco d'Alba e i piatti del territorio, dai tajarin ai ravioli col plin, che oggi richiamano turisti e bons vivants da tutta Italia e dall'estero non erano ancora mitici oggetti del desiderio. Con affetto Michele ripercorre gli anni della scuola di enologia di Alba, con compagni come Renato Ratti e Giacomo Tachis, coi quali condividere idee e battaglie che hanno lasciato il segno nel mondo del vino.
Ma ecco la nascita della sua azienda, dopo le esperienze come cantiniere sotto padrone e in cooperativa, le prime uscite dal Piemonte, in Francia, per imparare, in Germania e poi negli Stati Uniti, dove i vini italiani di qualità erano sconosciuti e insospettabili. Fatica, pazienza, lungimiranza e la ricerca del meglio, sempre, secondo l' insegnamento di Pietro. Il meglio nell'acquisto di nuovi terreni, di cru prestigiosi, di colline in posizioni chiave per dare grandi risultati. Il meglio nelle decisioni strategiche, per esempio dei primi diradamenti dei grappoli, che parevano un delitto a chi aveva faticato una vita in vigna, o nel puntare sulla Barbera per valorizzarla, farla crescere fino ai riconoscimenti ufficiali più alti, o per togliere al Barolo gli aspetti più spigolosi e austeri, e farlo diventare più morbido e piacevole da bere pur senza togliergli il gran carattere.
Il meglio nell'educazione dei figli, Stefano e Alberto, tutti e due in azienda, con compiti diversi e lo stesso amore per il vino, oggi eredi di un patrimonio di oltre 60 ettari di proprietà e 50 in gestione, 4 tenute nel Monferrato, 2 grandi crus nel Barolo, e due progetti unici “in vigna”:il parco artistico creato da Emanuele Luzzati a La Court e il Caveau a Cerequio, con una collezione di oltre 6000 bottiglie di Barolo, dal 1958 al 2004. I vini di Michele Chiarlo sono presenti in 60 paesi del mondo. E' il produttore piemontese più radicato negli USA,leader anche in Cina e in Russia. Una bella strada personale e aziendale, che il libro disegna nel continuo riferimento al territorio, alla sua storia e alle sue tradizioni, ma anche la testimonianza di come, nel rigoroso rispetto dell'ambiente, si sia costruita una realtà economica che contribuisce al valore del più prezioso e autentico made in Italy. Un racconto, come scrive Petrini, “per lasciare una traccia, ma anche per indicare una strada.” ( Mariarosa Schiaffino )

"Michele racconta.
Storia di una famiglia del vino in Piemonte".
Presentazione di Carlo Petrini
Testi di Paola Gho e Giovanni Ruffa
Fotografie di Giovanni Succi
Progetto grafico di Dante Albieri
Collana Semidivite
Stampa L'Artistica Savigliano
volume di 138 pagine, più cd
LA MEMORIA TRACCIA LA STRADA
Eppure, c'era un tempo in cui, in terra di Langa, i contadini che facevano il vino erano sottoposti al giudizio, e quindi al prezzo, di mediatori, commercianti, per vendere il prodotto della loro fatica e riuscire ad andare avanti. Qualcuno ricorda ancora l'umiliazione di dover aspettare anche ore fuori da un caffè di Alba, prima di riuscire a conferire con chi avrebbe comprato e a concludere la trattazione. Allora Michele Chiarlo era ancora di là da venire, ma suo padre Pietro già lavorava sui campi e in vigna apprendendo l'arte del vino e i segreti della qualità. “Usa pazienza e fai sacrifici, ma compra solo vigneti in grandi posizioni.” Seguendo questo indirizzo paterno, Michele comincia una strada di imprenditore del vino negli anni fra cinquanta e sessanta, nel suo Monferrato. L' Italia è in piena evoluzione, ma il vino di qualità è ancora raro e pochissimo richiesto. Si beve molto, 130 litri annui a testa, quasi tre volte di più di oggi, ma senza cultura e senza consapevolezza. All'estero, poi, i vini italiani sono pressochè sconosciuti dal pubblico che sa bere: la Francia docet. Bisogna fare tutto: lavorare sul campo, produrre al meglio, documentarsi sulle nuove tecniche e i nuovi macchinari, cercare clienti, tener d'occhio i movimenti del mercato, esporsi in acquisizioni costose, studiare vitigni diversi e per ciascun vino che se ne trae approfondire problemi e caratteri. E ancora, organizzare una gamma, crearsi una immagine...
A settant'anni, brillantemente dichiarati, Michele Chiarlo ripercorre la sua vita e la sua parabola di successo in un libro che è testimonianza, memoria e affermazione di una filosofia del lavoro strettamente legata al territorio, alla cultura e alle tradizioni, sempre più valorizzate da una serie di personaggi chiave - enologi, gastronomi, produttori, studiosi - di una zona del Piemonte che comprende Monferrato, Langhe, Gavi, e i tre grandi vini bandiera: Barolo, Barbera e Moscato.
Un percorso entusiasmante, costellato da incontri, intuizioni, viaggi, tappe fondamentali, come quando, dopo anni e anni di attesa, riuscì, nell'agosto del 1995, a concludere l'acquisto di una tenuta a Ca stelnuovo Calcea, sulla strada per Nizza Monferrato. “Era di bellezza straordinaria e con una grande vocazione del terreno. Finalmente il proprietario aveva deciso di vendere: i miei competitori erano in vacanza, e io la spuntai. E ' stata una benedizione e da lì è venuta l'idea del parco artistico Le Orme di La Court, realizzato con Emanuele Luzzati, il grande artista genovese.” O come quando entrò nel GOTHA del Barolo acquistando due crus storici, ai vertici dell'esposizione... e fece venire dalla Svizzera il prof. Mourisier pee imparare da lui come terrazzare una collina ripida e difficilissima da lavorare, senza alcun sostegno in muratura, realizzando per laprima volta in Langa, questo tipo di vigneto. Oggi, sopra la meravigliosa cerchia dei filari, in quello che era il rustico palazzetto degli antichi proprietari, ha costruito un caveau con 6000 bottiglie di Barolo, che il mondo gli invidia.
A lavorare con Michele da anni ci sono i due figli, Stefano e Alberto: due incarichi diversi in azienda, ma la stessa passione, la stessa educazione alla qualità. Di padre in figli, e questa garanzia di continuità premia l'impegno di una vita, proietta il successo nel futuro.
 Relazioni stampa: Laura Botto Chiarlo
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laurabotto@alice.it |
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